Bruno Biolchini

Anni Sessanta e con un minimo di qualifica era facile trovare lavoro. Bruno Biolchini decise di lasciare la provincia modenese e di andare in Germania. Arrivò in treno ad Uberlingen sul lago di Costanza. Con lui c’erano tanti altri emigrati pieni di speranza e della convinzione che il sacrificio di lasciare la propria casa, avrebbero portato ad una vita migliore. «Era il settembre 1966 – inizia il suo racconto – avevo 36 anni».
Bruno Biolchini iniziò così la sua vita in Germania.
«Fui fortunato- racconta – una settimana dopo il mio arrivo trovai un’occupazione nella lavorazione del legno. Costruivo in serie mobiletti per radio, giradischi e televisori. Paga buona, anche se modesta».
«Con l’aiuto di un italiano che lavorava con me iniziai ad imparare la lingua tedesca cominciando da ciò che aveva relazione con il lavoro. Riuscii dopo sei mesi ad ottenere la patente di guida e comprai una Volkswaghen usata».
La storia di Bruno Biolchini iniziata come tante altre, con il sacrificio della lontananza da casa e la caparbietà di riuscire ad integrarsi al meglio nella realtà tedesca.
«Dopo un anno accettai altre offerte di lavoro – continua Bruno Biolchini – cambiai ditta, andai in una cittadina a pochi chilometri di distanza dove si producevano interruttori vari e relais».
Cambiò così occupazione, aveva migliorato la sua condizione, ma non era ancora soddisfatto e fu così che dopo sei mesi lesse un’inserzione della Siemens su un giornale berlinese. Fece la domanda e venne accettata.
«Così partii felice a bordo della mia Volkswagen verso Berlino – continua – 800 chilometri da percorrere fra sabato e domenica. Il lunedì avrei dovuto presentarmi alla Siemens».
«Era il giugno del 1968, belle giornate di sole, bel panorama, belle autostrade. Tutto era bello perché ero contento. I primi 500 chilometri passarono senza problemi. poi entrai in contatto con una situazione politica che si rivelò per me sgradevole: la frontiera della Repubblica democratica tedesca; siccome ero in possesso della sola carta d’identità mi venne vietato il transito verso Berlino».
«Dovetti ritornare indietro per 175 chilometri, fino a Norimberga, dove cercai di rivolgermi al consolato italiano. Ma era sabato e il consolato era chiuso. Mi rimaneva solo una possibilità se volevo arrivare a Berlino: la via aerea».
Bruno Biolchini non si diede per vinto e fece l’impossibile: girò nella periferia della città alla ricerca di un distributore di benzina che acquistava e vendeva auto usate. Vendette la sua Volkswagen e con il ricavato riuscì ad acquistare due valigie, pagare un taxi e comprare un biglietto aereo.
«Arrivai il sabato mattina all’aeroporto di Berlin-Tempelhof, unico aeroporto civile in funzione. Dormii due notti in un piccolo hotel ed il lunedì mattina mi presentai all’ufficio personale della Siemens».
Sbrigò le formalità burocratiche, compresa la visita medica ed ebbe la gradevole sorpresa del rimborso del biglietto aereo e 500 marchi a titolo di benvenuto, una somma pagata dal Senato di Berlino, perché la città, per le condizioni politiche, era considerata zona disagiata.
La Siemens gli diede pure un alloggio, in un quartiere costruito appositamente per gli operai della fabbrica.
«Il giorno seguente iniziai il lavoro – dice ancora Bruno Biolchini – accettai di fare il turno fisso, ciò mi rese un guadagno quasi doppio del precedente. Mi sentivo già un altro».
«Il reparto dove lavoravo aveva 75 macchine automatiche e semiautomatiche, in produzione 24 ore su 24. Col tempo diventai attrezzista, istruttore, capo operaio, capo notturno. Per più di sei anni guidai il turno notturno. Nel frattempo conobbi una giovane operaia, Fanoula, di origine greca. A giugno del ’69 ci sposammo per la parte civile nel comune di Berlin Spandau ed un mese dopo nella chiesa ortodossa».

Premio di Scalfaro
per la sua cura
dell’ambasciata

Un fitto miscuglio di culture e lingue caratterizza la famiglia Biolchini: italiane, greche e tedesche. Dal matrimonio di Bruno e Fanoula sono nati tre figli: Giuseppe Evangelos, Marina Elena e Pia Anastasia. Dopo la nascita della terza figlia, con problemi disabili gravi dovuti al parto prematura tra il quinto e sesto mese di gravidanza portò la famiglia Biolchini a rivedere tutta la sua organizzazione. Bruno lasciò l’organizzazione del turno di notte alla Siemens e Fanoula lasciò il lavoro. Bruno trovò una nuova occupazione, questa volta di giorno, presso la fabbrica di Robert Bosch che produce elettrodomestici in collaborazione con la Siemens.
«Mantenni il mio grado di qualifica – dice ancora – nel 1978 dopo un corso di aggiornamento ottenni il diploma di come attrezzista ed istruttore per macchine utensili con programmazione elettronica e agli inizi degli anni Ottanta le condizioni economiche mi permisero di realizzare un sogno personale, quello di acquistare un appartamento per i miei figli».
Sempre nel 1980 assunse come seconda attività la manutenzione dello stabile dell’ambasciata storica d’Italia che ospitava il consolato generale d’Italia. Attività che mantiene ancora oggi, che è pensionato. E ora il figlio Giuseppe fa parte del personale del casinò di Berlino e la figlia Marina sta terminando gli studi di interprete e traduttrice presso la università di Berlino.
«In considerazione delle particolari benemerenze – ha aggiunto – nel dicembre 1998 il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro mi ha concesso l’onorificenza di Cavaliere della repubblica». (mi.b.)

(17 luglio 2001)

One thought on “Bruno Biolchini

  1. E’ una bella storia, italiani espatriati che si fanno onore nel mondo ce ne sono tanti, purtroppo non esportiamo solo persone perbene, come ho avuto modo di constatare

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