Remo Pollastri

Vita avventurosa, tra l’Africa e il Brasile, prima nel settore autotrasporti, poi in quello agricolo. E’ stato anche un campione di rugby. Ora a 80 anni, Remo Pollastri, modenese, non si sente un arrivato. Vive in Zimbabwe, ma la situazione politica non è tranquilla e allora sta pensando se trasferirsi; magari in Inghilterra, anche se, c’è ancora un po’ di nostalgia per… il suo «paesello natìo».
 
Tutto è iniziato quando aveva 15 anni; fino ad allora era vissuto a Modena. Era nato in San Faustino, in una casa denominata Meza Ca’. «La casa è stata abbattuta- ricorda Remo Pollastri – era dei fratelli di mia madre, una Mammi, e c’era una grande ospitalità. Mio padre a quel tempo era nel settore dei trasporti e il governo italiano requisiva i camion per le colonie. Si poteva anche andare a seguito dei mezzi a lavorare. Partii così con mio padre per l’Africa che avevo 15 anni. A Addis Abeba aprimmo anche un’officina e si guadagnava bene, ma dopo tre anni scoppiò la guerra e io, che intanto avevo compiuto 18 anni, venni chiamato sotto le armi».
Entrò così nell’esercito, ma appena entrato nel vivo del conflitto fu coinvolto nella disfatta di Keren: Lui però, insieme ad alcuni commilitoni riuscì ma riuscì a salvare la pelle e a fuggire.
«Fu un procedere estenuante per la foresta africana, nel sud dell’Abissinia, in direzione del confine col Kenia. Eravamo in cinquecento italiani ed era difficile sopravvivere senza nulla da mangiare in piena stagione delle piogge – racconta Remo Pollastri – ricordo che pioveva sempre e più noi ci ritiravamo, più gli inglesi avanzavano, anche se lentamente, perché anche per loro era difficile procedere senza strade e con pochissimo carburante».
Alla fine, anche Remo Pollastri venne fatto prigioniero dall’esercito inglese.
«Fummo tutti portati in Kenia – racconta – ma devo dire che io da prigioniero sono stato benissimo. I prigionieri venivano inviati a lavorare nelle aziende agricole. Il proprietario di quella dove ero stato destinato io, si chiamava Manuel. Era un’azienda molto grande, con 5-6mila ettari coltivati a frumento. Il problema principale era riuscire a lavorare con i macchinari, perché la guerra aveva interrotto i collegamenti e nessuno era in grado di riparare i mezzi che servivano per la lavorazione dei campi e per il raccolto. Essendo un meccanico iniziai a darmi da fare, realizzavo anche i pezzi di ricambio quando non era possibile trovarli sul mercato. Per il mio lavoro percepivo un compenso come prigioniero di guerra. Una cifra irrisoria. Ma alla fine della guerra, quando lasciai l’azienda dei Manuel, il proprietario mi portò in banca dove, a mia insaputa, aveva versato per me un compenso ben più alto di quello che mi spettava. In pratica possedevo duemila sterline. Naturalmente ero contentissimo ma gli dissi che non li avrei ritirati, perché, una volta sistemate le cose a casa, sarei ritornato in Africa».
Con il suo piccolo capitale in Kenia, Remo Pollastri tornò a Modena e siccome i prigionieri venivano fatti rientrare in patria scaglionandoli in base all’età, lui riuscì a rimpatriare solo nel 1947 e suo padre aveva già riaperto l’attività nel settore dei trasporti.
«Ripresi a lavorare con mio padre – racconta ancora – ma il mio pensiero era sempre al Kenia. La vita là mi sembrava tanto migliore, spensierata. Era pieno di quelle che io chiamavo «le pecore nere» delle famiglie ricche inglesi, gente che non aveva ambizioni di farsi strada nella vita. E poi c’era la caccia ed io ero un appassionato. Si finiva il raccolto e poi per un mese si andava nel nord del Kenia. Io seguivo Manuel e i suoi amici. Prima della guerra gli americani spendevano 20-30mila dollari per un safari. Io durante la guerra e da prigioniero facevo i safari gratis»
Nazionale di rugby per Brasile e Africa
Famiglia inseguita da guerre e guerriglie in Kenia Etiopia e Rhodesia
LE CURIOSITA’ Quando la vita sembra un film
Alla fine del 1948 Remo Pollastri tornò in Kenia. «Mio padre vedeva che non ero contento a Modena, che sognavo l’Africa e allora mi lasciò ripartire». In Africa Remo Pollastri lavorò ancora qualche anno nell’azienda di Manuel, poi, insieme a lui comprò un’azienda a Nacuru, a 160 chilometri da Nairobi, sull’altipiano. L’azienda si chiamava ManPol e dopo qualche anno, oltre a 4mila ettari coltivati a frumento, l’azienda contava mille ettari a pascolo. C’era l’allevamento del bestiame, 500 vacche e 1500 pecore. 3mila litri di latte al giorno».
Unico italiano. Intanto Remo Pollastri aveva iniziato a giocare a rugby ed era arrivato fino ad essere capitano di club e della nazionale East Africa, che comprendeva Kenia, Uganda e Tanganica. «Ero l’unico italiano in mezzo a soli inglesi non si percepiva denaro, dovevamo anche comprarci le scarpe e pagarci la benzina nelle trasferte. Ma c’era tanta passione per lo sport». Nel 1954 Remo incontrò Silvia. «La conobbi al matrimonio di un mio amico inglese. Lei era amica della sposa ed era arrivata da Londra. L’Africa le piaceva e siccome era infermiera la convinsi a trasferirsi e a trovare un lavoro presso l’ospedale locale. Io andai in trasferta con la nazionale di rugby per un mese in Sudafrica. Quando tornai la trovai che lavorava già all’ospedale, ci sposammo».
I mao-mao. Nel frattempo era iniziata anche la rivolta dei Mao Mao. I ribelli neri rendevano difficile la vita dei bianchi e l’Inghilterra nel 1958 diede l’indipendenza al Kenia. «Dissero che l’indipendenza sarebbe arrivata nel 1963 e intanto il Paese di doveva preparare al grande passo. A quel punto il prezzo della terra crollò e diveniva difficoltoso, oltre che pericoloso, continuare a vivere nell’azienda. Così decidemmo di cambiare: pensammo all’Australia, all’Inghilterra, ma c’era anche il Brasile che in quel momento apriva l’entroterra e concedeva la terra per realizzare grandi imprese agricole. Insieme ad alcuni amici decidemmo di andare a vedere. Il Brasile mi piaceva. Il clima era simile a quello dell’Africa, poi la terra e la manodopera costavano poco».
Nel Mato Grosso. Così riuscì a vendere, anche se sottocosto l’azienda in Kenia, e a comprarne una di 50mila ettari nel Mato Grosso, in Brasile. Ricominciò così tutto da capo. Ma a Silvia il Brasile non piaceva: le condizioni di vita erano diverse da quelle africane e soprattutto era preoccupata per l’istruzione dei propri figli in quanto le scuole erano molto lontane e i collegi erano dispendiosi e in quei primi tempi i Pollastri non potevano permetterseli. Remo e Silvia avevano già i quattro figli: Giorgina, George, Carla e Remo jr. Nell’azienda si coltivava riso a secco, ma il guadagno andava quasi tutto per il trasporto. Le strade erano praticamente inesistenti. «Anche in Brasile continuai a giocare a rugby nella nazionale, fino a 42 anni – racconta – ero l’unico italiano. Gli altri erano tutti inglesi. C’era solo un brasiliano, che era in realtà un giapponese».
Ritorno in Africa
L’avventura Brasiliana durò pochi anni. «Silvia diceva sempre che preferiva avere figli poveri ma istruiti piuttosto che figli ricchi ma ignoranti – racconta Remo Pollastri – così vendemmo tutto e tornammo in Africa, in Rhodesia, ora Zimbabwe. I figli potevano frequentare scuole qualificate, Silvia trovò un impiego presso il locale ospedale ed io iniziai a lavorare nella nuova azienda di 2mila ettari che avevamo comprato». Dopo qualche anno, però, anche in Rhodesia iniziò la guerriglia. «Io che avevo già perso tutto in Etiopia prima e in Kenia poi per analoghi motivi, non volevo che succedesse ancora, allora accettai l’offerta di lavoro, che mi faceva da anni una società inglese. Era la Union International di Lord Vestey che possedeva in Brasile 24 aziende per un totale di 3 milioni di ettari. Lo stipendio era molto buono e per di più mi veniva pagato a Londra. Vendetti l’azienda che avevo comprato per 11mila sterline a 120mila sterline ed iniziai la nuova attività».
Ancora America. Partì nuovamente per il Brasile e questa volta da solo. Silvia e i figli rimasero in Rhodesia. «Il quartier generale era a San Josè di Rio Preto nello stato di San Paolo. Ogni sei mesi tornavo in Rhodesia con il viaggio pagato dalla compagnia per la quale lavoravo come direttore. Durante le vacanze scolastiche i miei figli mi raggiungevano in Brasile, sempre tutto a spese dalla compagnia. Ho svolto questa attività per 13 anni e a 65 anni ho deciso che ormai era venuto anche per me il momento di ritirarmi. Così lasciai la compagnia. Ero arrivato che c’erano una ventina di macchinari. Dopo 13 anni ero riuscito a mettere in piedi un’officina con 800 trattori, 180 mietitrebbia, un altro centinaio di camion. Tanto per dare un’idea della consistenza dell’azienda c’erano ben 40mila ettari coltivati a canna da zucchero che producevano ogni anno 40milioni di tonnellate di prodotto. C’erano macelli, uno solo dei quali macellava duemila vacche al giorno e riforniva di carni l’Inghilterra dove Lord Vestay aveva una catena di 3mila macellerie».
Verso l’Inghilterra.  A 65 anni, Remo Pollastri, dopo aver lavorato e ricominciato da capo innumerevoli volte, decise di ritornare in Zimbabwe e di ritirarsi dal lavoro. La figlia Giorgina dirigeva una scuola in Botswana, George lavorava presso le miniere nel Sudafrica, Carla si era sposata e aveva seguito il marito n Canada e Remo prima dipendente come direttore finanziario di una ditta inglese, aveva aperto una propria agenzia di consulenza finanziaria. Remo Pollastri cominciò così a godersi l’età pensionabile e per qualche anno riuscì persino a fare una tranquilla. Abitava in una villa con piscina e campo da tennis e coltivava l’orticello, di un ettaro, dietro casa. Andava con Silvia a giocare a bridge tre volte la settimana e appena poteva stava con i nipoti, ne ha ben otto. Ma poi quando Giorgina e Remo decisero di investire in una piccola azienda a frutteto e gli hanno chiesto un aiuto, lui ha risposto con entusiasmo».
Ora vive con Silvia e Giorgina nella casa dell’azienda, ma ci sono problemi di sicurezza. «C’è guerriglia e siamo preoccupati stiamo pensando di trasferirci magari in Inghilterra».
(8 marzo 2001)
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